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Gentile sig. Ricolfi,
leggendo ieri il suo articolo “Sicurezza, l’ultima illusione” sono ad un certo punto sobbalzato. Strano, mi sono detto, non può aver scritto proprio così. In un contesto di dibattito pubblico sull’immigrazione già “pesante” non può aver dato voce con non curanza ad un pregiudizio simile. Come si può scrivere “gli immigrati, specie se clandestini, sono indubbiamente più pericolosi degli italiani” senza sentire la necessità di spiegare e, soprattutto, di dare argomentazioni valide per una simile affermazione? Non percepisce il pregiudizio che trasuda da questa frase? Sostituisca ad “immigrato” la parola “zingaro”, “arabo”, “negro” oppure “ebreo”… Non le sembrano varianti sul tema? Frutti avvelenati dello stesso albero? Perché non si approfondiscono più le ragioni che portano un uomo (o una donna) a correre il rischio di morire in mare mentre si preferisce condannarlo sommariamente?
Credo vorrà scusarsi con i suoi lettori per il contenuto di quella frase. Non posso pensare che lei creda veramente che un uomo (o una donna) immigrato per questo solo fatto sia indubbiamente più pericoloso di un italiano, ossia che quest’ultimo sia necessariamente migliore del primo. Non c’è e non ci sarà mai statistica che confermi simili sciocchezze…
Ci stiamo impegnando molto di più per trovare il modo di “sbarazzarci” degli immigrati preservando la nostra coscienza piuttosto che cercare le giuste modalità di accoglienza e le adeguate soluzioni dei problemi che portano al fenomeno dell’immigrazione (e alle sue degenerazioni). Perché? Perché si preferisce alimentare l’illusione che si possa “respingere” il fenomeno dell’immigrazione senza problemi, senza conseguenze?
D’altra parte, ad esser sincero, ho trovato già “stonato” il fatto che lei assimili i problemi del sovraffollamento delle carceri e dell’immigrazione ad una questione “idraulica”. Stiamo parlando di persone o di maiali (con tutto il rispetto per questi ultimi)? Forse ho frainteso. Devo ammetterlo… non solo non mi piace l’accostamento automatico fra carcerato e immigrato (quale sarebbe la colpa di quest’ultimo?) ma anche considerare il problema delle carceri come un mero problema di “flussi e di stock” mi garba molto poco. Mi suona inumano, non adeguato ad un paese che si autodefinisce “civile”. In un certo senso, il suo articolo ci risparmia l’ipocrisia della definizione dei Centri di Permanenza Temporanea che, come nei fatti lei indirettamente evidenzia, sono stati pensati ed utilizzati per aver un aspetto e un risultato non dissimile da un carcere. Ciò non toglie che quanto scrive, soprattutto se pubblicato su un giornale a diffusione nazionale, contiene un grado di inumanità tale da richiedere una reazione, un contraddittorio.
Non si rende conto che il suo articolo finisce per costituire un utile nutrimento delle illusioni propinate dal nostro immeritato Primo Ministro? Il suo articolo finisce per agevolare anziché contrastare quel degrado democratico che ci potrebbe portare presto o tardi (se non lo ha già fatto) a nuove leggi razziali. A me non va più di far finta di nulla.
Sperando di poterle riconoscerle il coraggio di ritornare sui suoi passi, o almeno di ammettere i suoi pregiudizi, le porgo cordiali saluti.

autore: Ludus
«Ci sono coloro che guardano le cose come sono, e si chiedono perché..... Io sogno cose che non ci sono mai state, e mi chiedo perché no.» (R.F.Kennedy)
"There are those who look at things the way they are, and ask why... I dream of things that never were and ask why not."
su segnalazione di Spiritodaprile
http://www.climatecrisis.net/
http://www.climatecrisis.net/pdf/10things.pdf
Perchè dà un'immagine concreta dei rischi climatici.
Risposta alla lettera dei 6 ambasciatori sulla questione del rifinanziamento della missione in Afghanistan (inviata a Repubblica e al Corriere della Sera che hanno pubblicato la lettera aperta)
Egr. Ambasciatore R. P. Spogli,
avendo letto la sua lettera, inviata ai cittadini italiani, in cui espone un advertising della missione Nato in Afghanistan, volevo esprimerle con la presente la mia più viva disapprovazione. Mi rivolgo a lei in quanto ideatore e promotore del testo della missiva pubblicata.
Mi chiedo a quale titolo, lei che ricopre una carica “diplomatica” in rappresentanza di una nazione terza, decida di intervenire in modo così inopportuno in un dibattito politico che riguarda una deliberazione del Parlamento Italiano. La sensazione che ne ricavo è quella di essere di fronte ad una pressione indebita. La democrazia non basta decantarla occorre soprattutto rispettarla.
Se pensava con la sua lettera di sopperire alla grave crisi di consenso che vive l’Amministrazione Bush e che gli impedisce di fare la morale a chicchessia, mi spiace deluderla. Almeno per quanto mi riguarda, ha solo ottenuto l’effetto di farmi provare fastidio per chi, come lei, usa una carica istituzionale in modo improprio per difendere dei non ben definiti interessi.
Con la sua lettera ha solo dimostrato che esiste una spaccatura all’interno della Nato. Perché, o quella lettera riportava la firma di tutti i suoi colleghi dei Paesi Nato o non doveva essere inviata. Manca ad essa, per esempio, la firma di buona parte delle nazioni europee. Come mai? Mancando l’unanimità delle voci interessate il suo appello perde inevitabilmente d’autorevolezza e, quindi, di efficacia. La lezione del multilateralismo è difficile da imparare, lo capisco.
Se proprio vuol fare qualcosa di gradito ai cittadini italiani, li aiuti a fare piena luce sui casi Callipari, Sgrena, Abu Omar, Baldoni, etc., etc. Questo sì rientrerebbe nel suo ruolo istituzionale.
Mi auguro con sincerità che la potente Nazione che lei rappresenta inizi a prendersi veramente a cuore il bene del popolo afgano, irakeno, e di tutti quei popoli in cui ha esportato con la forza la sua idea di democrazia.
Cordiali Saluti.
Un cittadino italiano
http://www.repubblica.it/2007/01/sezioni/esteri/afghanistan-12/lettera-ambasciatori/lettera-ambasciatori.html
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2007/02_Febbraio/03/kabul.shtmlPERCHE' NON FIRMARE?!?
We have all been shocked by the news of Anna Politkovskaya’s murder. Her commitment to exposing authoritarian abuses in Vladimir Putin’s Russia and the “dirty war” in Chechnya had made her a symbol of democratic conscience in both Russia and the West. Twenty one journalists have already been murdered since Putin became Russia’s president in March 2000. Most of these murders has not been solved. The murder of Politkovskaya, one of the few reporters to have covered the situation in Chechnya since 1999, one who had received many international awards for her work, has taken Russia across a new threshold of horror. Sign the petition calling for an international commission of enquiry.
We are now demanding that the competent authorities - under the United Nations or Council of Europe aegis for example - create an international commission of enquiry in order to establish the truth about Anna Politkovskaya’s murder on 7 October in Moscow.
http://www.rsf.org/article.php3?id_article=19163
L’uomo che scorgendo l’ingiustizia vi si oppone è un giusto.
Non è detto che sarà tale per sempre, ma è importante che lo sia in quel momento perché lì è l’ingiustizia e lì ci deve essere opposizione.
E’ altresì indubbio che quest’ultima non deve essere corrotta dal male che combatte.
Amnesty Italia
B'Tselem Human Rights
Human Rights Watch
Rep_sans_frontieres
simonbolivar.blogspot
www.jewishvirtuallibrary.org
www.jmcc.org
